Un sorprendente thriller scientifico-politico, firmato da un esponente di punta del panorama letterario britannico, Michael Frayn, diretto per la scena italiana da Mauro Avogadro e interpretato da tre dei più grandi attori del teatro italiano: Umberto Orsini, Giuliana Lojodice e Massimo Popolizio. E’ “Copenaghen”, che arriverà al Verdi di Pordenone martedì 7 e mercoledì 8 aprile, alle 20.45http://www.comunalegiuseppeverdi.it/
Quali devono essere i rapporti fra potere politico e scienza? Può il progresso essere condizionato da scelte etiche? Sono i temi trattato in questo dramma serratissimo che mette in scena l'incontro, realmente avvenuto, tra due famosi scienziati, entrambi insigniti del premio Nobel: il tedesco Werner Heisemberg e il danese Niels Bohr. E' il 1941, l'occupazione nazista della Danimarca è in pieno corso e i due si fronteggiano, a Copenaghen, dibattendo sulle responsabilità morali dei progressi della fisica alla vigilia del devastante uso della bomba atomica… Quale fosse lo scopo della visita di Heisenberg e cosa accadde davvero durante il colloquio, d'altronde assai breve, non è mai stato stabilito con certezza. Gli stessi protagonisti ne dettero in seguito interpretazioni contrastanti, legate a sentimenti agitati e a ricordi confusi, finché decisero di comune accordo di stendere in velo di silenzio su un passato troppo denso di implicazioni.
Protagonisti del singolare duello verbale una perfetta coppia di attori, Massimo Popolizio e Umberto Orsini, cui si contrappone, come "arbitro" e "coro" la moglie di Bohr, affidata alla partecipazione straordinaria di Giuliana Lojodice.
“E' raro – ha scritto Franco Cordelli, sulle pagine de Il Corriere della Sera - che un cronista di cose teatrali si arrischi a tanto; è raro che dica, senza mezzi termini, andate a vedere questo spettacolo, andatelo a vedere tutti, in specie voi che non andate mai a teatro, voi che lo detestate, o credete di detestarlo (…). Nel dramma di Frayn vi è una vibrazione incessante e dolorosa che attinge dal conflitto tra l'esperienza quotidiana e ciò che la trascende: questi uomini che hanno reinventato il mondo e, forse, hanno contribuito a distruggerlo, vivono di fatto nell'indeterminazione da essi stessi creata e, nello stesso tempo, è come se volessero disperatamente risalire alla causa prima, all'elemento fisso e immutabile, in una parola alla verità (così declinando la natura postmoderna di un testo moderno solo in apparenza). D'altra parte è inevitabile chiedersi cosa ne sarebbe di un simile dramma ove fosse affidato ad attori meno straordinari. Il fatto è che tre quarti della potenza di Copenaghen è merito dei suoi interpreti”.
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